SCENE CANCELLATE

Voi non potete saperlo, ma esistono varie versioni di questo romanzo, frutto della mia indecisione, riguardo il taglio che volevo dargli. Fino all’ultimo non sapevo se osare portare avanti il tocco paranormal che mi era venuto naturale inserire. Il pubblico l’avrebbe apprezzato o odiato? Mi chiedevo. Alla fine come avete visto, non ho potuto toglierlo.
Ma ho tolto diverse altre scene, nonostante le amassi, perché avrebbero appesantito troppo la narrazione. Siccome però sono una che, quando si affeziona a una cosa, non molla, ho deciso comunque di inserirle qui, alla fine del libro, perché volevo poteste avere la possibilità di leggerle.

SCENA 1

Questa scena era collocata alla fine del secondo capitolo. È nata come un finale alternativo al capitolo stesso, ma poi si è ampliata, diventando addirittura un capitolo in più, che poi però ho deciso di eliminare.

Gennaio 2009

Diana si fermò di colpo e rimase in ascolto. Quello che proveniva dalla camera dei suoi genitori sembrava il suono di un pianto disperato, che toglieva il fiato.
Si avvicinò alla porta socchiusa e intravide sua madre seduta sul letto con il volto fra le mani. Scorgere le sue spalle alzarsi e abbassarsi al ritmo dei singhiozzi, la impietrì.
Le era sempre sembrata così forte, praticamente incrollabile… Cosa poteva essere accaduto per ridurla in quello stato?
Rimase ferma sulla soglia, indecisa se entrare o meno, finché la voce di suo padre la rassicurò del fatto che c’era qualcuno con lei, pronto a consolarla. Non poteva udire chiaramente ciò che le stava dicendo. Comprese giusto un paio di parole: bambino e spontaneo, ma furono sufficienti.
Si allontanò dall’uscio e poggiò la schiena al muro del corridoio, ricordando all’improvviso ciò che aveva visto in bagno, nel cestino sotto il lavandino, il mese prima. Dapprima, basandosi su ciò che ricordava degli spot che passavano continuamente in televisione, aveva creduto che quel test di gravidanza in stick, che riportava un chiaro segno rosso, fosse positivo, ma poi, quando le settimane erano passate senza che i suoi genitori facessero alcun annuncio, si era convinta di essersi sbagliata.
Ora però capiva che non era stato così. Il fratellino o la sorellina che aveva sempre desiderato era esistito veramente, seppur per poco, pochissimo tempo… e in quel momento sua madre ne piangeva la perdita.
Anche lei si ritrovò in lacrime, ma si sforzò di non emettere alcun suono. Non voleva che la sentissero. Piangeva per la quella piccola vita che era finita ancora prima di iniziare, ma anche perché sentiva che quanto era accaduto avrebbe per sempre cambiato le loro vite. Era inevitabile.

Luglio 2015

A svegliare Diana fu un mal di testa lancinante. Le sembrava che il cranio le si stesse spaccando in due. Letteralmente. E rendersi conto che aveva dormito sul pavimento sudicio di quella camera infestata dagli scarafaggi, non migliorò certo il suo stato d’animo. Riuscire a rimettersi in piedi fu una fatica titanica. Non aveva subito la visita notturna del solito incubo, ma il ricordo che aveva rivissuto in sogno era stato quasi peggio, perché del tutto inaspettato.
Per anni si era sforzata di non pensare ai genitori, perché le riusciva troppo doloroso ricordare la sua famiglia come era stata una volta, prima che si sgretolasse davanti ai suoi occhi, e prima che lei l’abbandonasse per distanziarsi dagli affetti che sentiva di non meritare più. Ma ora, per colpa di quella maledetta voce che sentiva nella testa, non riusciva più a farlo. E la sua memoria, ormai fuori controllo, aveva deciso di farle rivivere uno degli episodi più angosciosi della sua adolescenza.
Dopo quel fatidico giorno, aveva atteso per settimane che i suoi le rivelassero ciò che era accaduto. Da diciassettenne che si considerava ormai un’adulta a tutti gli effetti, si era aspettata franchezza da parte loro, ma non le avevano mai detto nulla.
Avevano preferito comportarsi come se quel bambino non fosse mai esistito, anche se era da lì che scaturiva la rabbia che riversavano l’uno contro l’altro quotidianamente. Non facevano che discutere, riguardo il lavoro, la scuola, le priorità da seguire… tutto tranne il reale motivo di quella tensione insopportabile, che non veniva mai toccato, neppure da lei. Aveva temuto che nominare l’aborto avrebbe solo riaperto la loro ferita e così era rimasta zitta, mentre la sua famiglia andava in pezzi.
Quando le avevano annunciato che stavano pensando a una separazione, si era sentita ancora più impotente e tradita, perché invece di discutere insieme a lei del vero problema, l’avevano esclusa da una parte importante della loro vita, come se niente fosse.
Se, poche settimane dopo quell’annuncio, non avesse incontrato Stefano, non sapeva cosa avrebbe fatto. Lui l’aveva salvata dal baratro, dandole una ragione per tornare a sorridere e a credere nell’amore, almeno fino a che non aveva perduto anche lui… E aveva deciso di scendere nel burrone, per non risalirne mai più.
Si mise le mani nei capelli e tirò. Ma quel dolore non bastò a cancellare l’agonia che le pulsava nelle tempie. Non si limitava a sentire dolore, lei era il dolore stesso in quel momento. Era vuota, stanca, persa e aveva bisogno di una cosa sola: la droga. E dell’oblio che poteva regalarle.
Non poteva permettersi di spendere molto, i soldi le occorrevano per sopravvivere fino a che non avesse trovato un modo per mantenersi, ma con sessanta euro avrebbe avuto accesso ad almeno due grammi d’eroina pura.
Raccolse la borsa con il denaro e uscì, senza nemmeno mettersi la giacca. L’aria era fredda, ma neppure se ne accorse, presa dai sintomi dell’astinenza. La pelle le bruciava, da tanto era sensibile. Decise di cercare uno spacciatore in zona. Restare a Chinatown, territorio proibito a Jesùs, le dava l’illusione di essere più al sicuro.
In un’alba rarefatta a causa della nebbia, iniziò ad aggirarsi per i vicoli semideserti. Era impossibile riuscire a vedere più in là di qualche passo, perché i deboli raggi del sole appena sorto donavano alla foschia una strana luminescenza che la rendeva quasi impenetrabile. E c’era fin troppo silenzio come se quei vapori attutissero ogni suono tranne quello dei suoi stessi passi.
Quell’atmosfera spettrale, unita al fatto che si aggirava senza una meta precisa, la faceva sentire come se si trovasse fuori dal mondo, in una specie di limbo da cui non sarebbe mai più potuta uscire, ma continuò a camminare, decisa a non lasciarsi influenzare da quella spiacevole sensazione.
Non aveva un’idea precisa di dove i pusher svolgessero il loro commercio in quel territorio, aveva sperato di trovarli nei soliti posti: vicino ai bar, alle sale giochi o ai parcheggi…ma purtroppo non era stato così. Dove potevano essere?
Sempre più nervosa e incapace di ragionare in modo lucido, si addentrò più a fondo in quel labirinto di vie sconosciute, perdendo il senso dell’orientamento. La vista di una macchina abbandonata con la portiera aperta, e una pila di abiti sul sedile, come se il conducente fosse sceso, si fosse spogliato e poi se ne fosse andato, abbandonando lì tutto, la lasciò perplessa. Ma poi vide all’angolo della strada due prostitute in abiti succinti, e capì che uno dei loro clienti probabilmente era stato interrotto nel mentre delle cose dal loro protettore, ed era stato costretto a lasciare ogni cosa, pur di salvarsi la pelle. Era in un luogo pericoloso, ma forse era anche quello giusto. Prostituzione e droga andavano a braccetto. Avvicinò una delle due donne, che subito la guardò male -Smamma! Questo posto è nostro.
-Non voglio farvi concorrenza, sto solo cercando una dose.
La diffidenza lasciò il posto al disgusto negli occhi della prostituta -Ah! Sei una di quelle… Kito spaccia a un isolato da qui. Vai dritta e poi gira a destra, non puoi non vederlo.
Le sembrava di avere dei millepiedi che le correvano sul corpo, ma grattarsi non avrebbe fatto sparire quell’orrida sensazione, solo la droga poteva. Mentre la nausea saliva, finalmente intravide un giovane muscoloso con addosso un giubbotto e un capello con visiera, entrambi neri. Se ne stava languidamente appoggiato a uno dei garage che appartenevano all’edificio alle sue spalle, un condominio del tutto anonimo.
Lo raggiunse, col sudore che ormai le imperlava la fronte -Sei Kito?
-Chi lo vuole sapere? – le chiese scontroso. Gli occhiali da sole che portava non le permettevano di leggere la sua espressione, ma il tono di voce era stato glaciale.
Anche se non era sicura di parlare con la persona giusta, non voleva perdere altro tempo e, mandando al diavolo la cautela, mise le carte in tavola -Voglio comprare della roba. Mi puoi aiutare?
-Che roba?
-Roba buona.
Lui la squadrò da capo a piedi, soffermandosi sulle sue mani, che tremavano visibilmente, nonostante le tenesse allacciate in vita.
-Forse sei nel posto giusto. Ce li hai i soldi?
-Sì. Sessanta euro per due cassette nere.
-Qui i prezzi li dico io, non tu. Voglio cento euro per una busta.
-Settanta.
-Mi hai rotto. Cento o vai a farti fottere. Una mia parola e qui in zona nessuno ti servirà. Sei pronta a restare a lungo bocca asciutta?
Era un furto, ma non aveva scelta. Non resisteva più.
Estrasse gli euro dalla borsa, solo quanto gli doveva, stando attenda a non fargli vedere il resto. Lui glieli prese di mano con uno scatto fulmineo e poi tirò fuori dalla tasca una bustina che le fece dondolare davanti agli occhi. -Buon viaggio. – le augurò ironico, mentre lei afferrava la busta e se ne andava a passo svelto.
Tornò sui suoi passi, ma trovò la strada bloccata dalla macchina abbandonata che aveva notato prima. Ora era stata spostata e parcheggiata perpendicolare al vicolo, occupandone sia la carreggiata che i marciapiedi. Non poteva essere stata piazzata lì per puro caso. Qualcuno voleva intrappolarla. E infatti ecco ricomparire le due prostitute che le si affiancarono, insieme con un uomo alto e muscoloso, dai tratti solo lievemente asiatici, con un’abbronzatura rossastra che risultava pacchiana con la sua carnagione. Probabilmente si trattava del loro protettore.
-Dammi tutti i tuoi soldi e la droga, e forse non ti farò fuori. – la minacciò quasi con aria annoiata.
-Non ho nulla. – mentì, ma lui le lanciò un sorrisetto ironico.
-Non provarci nemmeno. Molla la borsa e la busta. Io e Kito abbiamo un accordo.
Diana si voltò di scatto e vide che lo spacciatore l’aveva seguita. Era completamente accerchiata. Davanti aveva l’auto e il pappone, le due prostitute sui due lati e Kito dietro. Non aveva vie di fuga.
-Sì vedi, lui recupera la mia roba in modo che io possa rivenderla più e più volte e in cambio si tiene parte dei guadagni extra. – le spiegò il pusher.
-Molto imprenditoriale da parte vostra. Ma non vorrete sporcarvi le mani per pochi grammi di eroina? Non ho altro denaro se non quello che ti ho già dato.
-Se è così, non avrai nulla in contrario se diamo un’occhiata nella tua sacca. – le disse, allungando una mano verso di lei.
Da quei soldi derivava la sua sopravvivenza, non poteva farne a meno, e poi chi le assicurava che dopo averla derubata non le avrebbero fatto del male comunque? Conosceva quel tipo di persone.
Proprio in quel momento la voce nella sua testa decise di rifarsi viva.
-Diana, svegliati, ti prego.
-Basta! – urlò, prendendosi il capo fra le mani. Non voleva più risentire il tono dolce di sua madre. Non voleva più ricordare ciò che aveva perso. Piena di rabbia, morse con ferocia animale il braccio di Kito, cogliendolo totalmente di sorpresa, cosa che le permise di superarlo e fuggire a gambe levate lungo il vicolo. Lui e il suo socio la inseguirono, ma la disperazione mise le ali ai piedi di Diana, che per un po’ riuscì a tenerli a distanza. Un passo, due passi, tre passi…solo questo pensava mentre correva, ma il suo fisico già debilitato non avrebbe potuto resistere a lungo a quel ritmo. Stava per crollare, non respirava più e le gambe le parevano di cemento.
Rallentò il ritmo fin quasi a fermarsi, ma la voce la riscosse -Diana! Riprese a correre, ma non ce la faceva veramente più, stava per cadere stremata a terra, quando sentì altre voci oltre a quella della madre. Voci reali stavolta. Gente vera che doveva essere lì vicino. Si sforzò di proseguire e si ritrovò finalmente fuori da quel dedalo di vicoli stretti in una via principale piena di persone. Degli ambulanti stavano allestendo i loro banchi, si trattava di un mercato rionale e molto frequentato per di più, nonostante fosse mattino presto. Barcollò, ma si riprese subito e si diede da fare per confondersi fra la folla. A capo chino, sfruttando la sua magrezza si infilò tra i turisti e i commercianti, e seminò i suoi inseguitori.
Si guardò più volte alle spalle mentre tornava all’albergo, ma non vide nessuno. Fu un sollievo tornare in camera e chiudere la porta dietro di sé, ma non provò alcun senso di reale sicurezza. Potevano averla seguita, visto dove risiedeva e stare solo aspettando il momento giusto per colpire. Forse intendevano giocare con lei come un gatto col topo, farle credere di essere fuori pericolo solo per terrorizzarla di più una volta che fossero riapparsi.
Restare a Chinatown, la loro zona, era troppo rischioso, avrebbe dovuto lasciare immediatamente quel motel, ma anelava troppo alla pace che poteva darle la droga che aveva nella borsa. Voleva farsi una dose ora. Subito. L’indomani se ne sarebbe andata, ma per quel giorno si sarebbe accontentata di un rozzo sistema di sicurezza. Incastrò lo schienale di una sedia sotto la maniglia della porta d’entrata, bloccandola, e poi finalmente poté dedicarsi all’eroina. La sciolse in un cucchiaino d’acqua calda, filtrò il liquido con un fazzoletto di stoffa, e poi se l’iniettò per via endovenosa con una delle siringhe che portava sempre con sé.
La droga la rilassò immediatamente. Le preoccupazioni si allontanarono fin quasi a scomparire e si ritrovò a ballare per la stanza, girando e girando su sé stessa, finché, con la testa che vorticava, cadde a terra e rimase lì stesa a fissare il soffitto, come se contenesse la risposta a ogni domanda mai pensata dall’uomo. Non le venne neppure in mente di alzarsi e andare a letto, restò lì su quel pavimento sudicio, chiuse gli occhi, si addormentò e sognò.
Sognò un uomo dal volto indistinto, poco più di un’ombra che non riusciva a mettere a fuoco…

SCENA 2

Questa scena era collocata nel tredicesimo capitolo, quando Diana comunica ai suoi genitori la sua decisione di interrompere gli studi. Ho dovuto eliminarla, perché era direttamente collegata alla prima scena, eliminata nel secondo capitolo. Senza di essa, non aveva più ragione di esistere.

– Non possiamo fare a meno di sentirci così, – le spiegò suo padre – Siamo genitori. Se un giorno anche tu lo sarai, capirai. Tuo figlio diventa il tuo mondo e se gli accade qualcosa… tu vorresti poter soffrire al suo posto, ma non puoi. Devi limitarti a soffrire con lui e tenere duro. Poi quando lui finalmente torna a stare bene, il dolore passa, ma non il senso di colpa per non averlo protetto. Quello resta sempre con te.
Diana prese coraggio e sussurrò: – Io so dell’aborto.
I suoi genitori la guardarono con occhi sgranati, mentre continuava.
– Avevo visto il test di gravidanza e…poi sentito la mamma piangere. Non ho mai detto nulla prima, perché non volevo rievocare ricordi dolorosi per voi…ma so perché eravate in crisi, so cosa stavate passando o almeno credo di intuirlo. Perciò non dovete sentirvi in colpa, vi prego. Avevate ben altro a cui pensare…Stavate soffrendo.
Sua madre si mise le mani sugli occhi – Mio Dio… Speravamo di risparmiarti un dolore e invece anche tu sapevi…e soffrivi come noi. Avremmo dovuto dirtelo, parlarne con te, ma non riuscivo a…
– Mamma, non c’è bisogno di aggiungere altro, non devi…
– Al contrario devo! – la interruppe lei, alzando il tono della voce – Devo, perché non è stato giusto escluderti e forse, se fossimo riusciti a parlarne apertamente, la ferita sarebbe stata meno profonda, invece quel maledetto silenzio ha fatto in modo che perdessimo non solo un figlio, ma due!
Si asciugò le lacrime e trangugiò a vuoto -Dopo aver perso il bambino… – si interruppe e sua padre le prese la mano. La sua stretta sembrò rincuorarla tanto da permetterle di continuare -Ero incinta solo di pochi mesi, due e mezzo, eppure pensavo già a lui o lei come a un neonato che presto avrei potuto tenere tra le braccia… E la sua perdita è stata un dolore così enorme…fisico. Come mi avessero strappato via un pezzo del mio corpo e della mia anima. Che non riuscivo a parlarne. Nemmeno con tuo padre. E peggio ancora, provavo così tanta rabbia. Contro me stessa per aver permesso che mi venisse strappato via, contro mio marito che non aveva protetto né me, né il bambino… Rabbia incontrollata e insensata, ma la logica in quel momento non aveva spazio dentro di me. Per questo trovavo ogni scusa, anche la più sciocca, per litigare con Carlo, per cercare di sfogarla…finché riuscii ad allontanarlo da me. Forse se non l’avessi visto davanti a me ogni giorno avrei potuto dimenticare… – sospirò e tornò a guardare Diana con occhi carichi di disperazione – Solo quando ho perduto anche te, e mi è stato strappato quel poco del mio cuore e del mio spirito che mi era rimasto, ho aperto gli occhi, ammesso le mie colpe riguardo tuo padre e accettato che invece non avevo responsabilità verso l’aborto. Era accaduto e non potevo far tornare indietro il tempo per cambiare il passato, ma tu non eri morta, eri ancora lì davanti a me, apparentemente irraggiungibile, ma viva, e ho giurato a me stessa che non ti avrei lasciato andare. Avrei fatto qualunque cosa per farti tornare da noi, qualunque cosa.
-Vederla lottare con le unghie e coi denti per te – aggiunse suo padre -mi ha fatto riscoprire la donna di cui mi ero innamorato. L’indomita studentessa di legge pronta a lottare contro ogni ingiustizia. E ci siamo ravvicinati. Uniti dal nostro amore per te, abbiamo ritrovato l’amore che abbiamo sempre provato l’uno per l’altro, ma che avevamo perso di vista, accecati dal nostro dolore. E quando ti sei risvegliata dalla catatonia, abbiamo provato una gioia così grande…- chiuse gli occhi per un attimo –Siamo felici, e se tu sarai soddisfatta e contenta della tua vita, noi lo saremo ancora di più, ma il senso di colpa nei tuoi confronti e in quelli del bambino mai nato, il chiedersi se solo avessi notato…, se solo avessi fatto… Quello non ci abbandonerà mai. È così che funziona, perché i genitori amano i figli più ogni altra cosa al mondo, più della loro stessa vita.

L’amore era un’emozione del tutto irrazionale, rifletté Diana. Una forma di pazzia che ti spingeva ad agire d’impulso, senza alcuna logica. Era amore quello che faceva soffrire i suoi genitori inutilmente. Era stato amore quello che aveva provato per Stefano e che dopo la sua morte le aveva fatto provare quasi le stesse sensazioni descritte da sua madre dopo l’aborto.
Ed era amore, si chiese, anche quello che l’aveva spinta rimettersi a correre per la strada sotto la pioggia battente verso casa di Sebastiano?

SCENA 3

Questa scena era collocata nel sedicesimo capitolo, e non è altro che un piccolo prolungamento della lotta tra Mirko e Diana.

Aprì la bocca per urlare e chiedere aiuto, ma Mirko gliela tappò con una mano prima che potesse fiatare, facendola voltare verso il fiume, con la schiena contro il suo petto, in modo da tenerle imprigionate le braccia con l’altra. La vista dell’acqua così vicina a lei quasi l’immobilizzò di nuovo, ma la sensazione del metallo della canna della pistola della contro la tempia la fece reagire. Si girò di scatto e lo attaccò con un poderoso colpo di testa mirato alla sua mascella. Una fitta agonizzante le esplose nel cranio, ma l’ignorò e fece seguire alla testata una ginocchiata all’inguine.
Mirko urlò di dolore e lasciò andare la presa sui suoi polsi.
-Diana!- era la voce di Sebastiano che la chiamava. Sia lei che Mirko si voltarono e lo videro correre verso di loro. Diana cercò di prendere la pistola dalla mano di Mirko. Non poteva permettere che sparasse a Sebastiano!
Lottò come una iena con le unghie e coi denti, incurante del pericolo per sé stessa. L’unica cosa che contava era tenerlo lontano dalla persona che amava.
Era quasi riuscita ad afferrare l’arma, quando un improvviso strattone di Mirko la fece indietreggiare di due passi… ma uno solo la separava dall’acqua. E con suo immenso orrore, cadde nel fiume.
Lo shock fu talmente forte da pietrificarla. Non riusciva a muovere un solo muscolo e finì a fondo immediatamente.
Bere circa un litro di fiume in poche boccate, la riscosse dalla paura e iniziò a muovere braccia e gambe, riuscendo a riemergere. Guardò verso riva. Sebastiano doveva essersi lanciato contro Mirko nel momento in cui lei era caduta in acqua, perché quest’ultimo ora era a terra, disarmato e sembrava non reagire nemmeno più ai pugni del suo avversario.
Vide Marzio e degli agenti in divisa raggiungere Sebastiano, ma poi la corrente la spinse di nuovo sottacqua e la trascinò inesorabilmente verso valle.
Quando riuscì a tornare in superficie per respirare, era ormai lontana diverse centinaia di metri, ma riuscì comunque a scorgere Sebastiano che si tuffava nel fiume e iniziava a nuotare per raggiungerla.
Rinnovò i suoi sforzi per contrastare la forza della corrente e cercare di avvicinarsi a lui, ma era troppo forte. Entrò in un piccolo mulinello che la fece di nuovo finire sottacqua e la sua testa urtò una roccia che sporgeva dal fondale. Lottò per risalire a galla, ma il colpo l’aveva troppo indebolita e confusa. La mancanza di ossigeno le rubò ogni forza e il suo ultimo pensiero, prima di perdere conoscenza, fu che non aveva potuto dire a Sebastiano che le dispiaceva… per tutto.
Le dispiaceva di essere stata una codarda.
Le dispiaceva di non aver avuto abbastanza fiducia in lui e in sé stessa.
Le dispiaceva di non avergli potuto dire che lo amava, che non aveva mai smesso di amarlo e che ora aveva capito di aver sbagliato ad allontanarlo.
Perché valeva la pena di lottare per un sentimento come il loro.
E il rischio di venire ferita o abbandonata dalla persona amata non avrebbe dovuto impedirle di godere del presente e di ciò che adesso la rendeva felice.
Perché ogni attimo di questa vita era un dono prezioso che non andava sprecato.
Perché nulla finisce, se lo vivi davvero…